Intervista a Alessandro Bogliari, fondatore di Alexeidos

Alexeidos Alessandro Bogliari

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di avere una skype call con Alessandro Bogliari, growth hacker, fondatore di Alexeidos e molto altro ancora. Questo il risultato della nostra chiaccherata.

Ciao Alessandro, raccontaci un po’ di te e qual è la tua esperienza con il Growth Hacking

Sono Alessandro Bogliari, milanese e con 4 anni alle spalle di esperienza scandinava (Copenhagen) e ora trapiantato a Miami Beach. Mi occupo del mondo digital da quando ho 12 anni (i primi forum di hacker, e le prime guide di Aranzulla – sì, ne sono venuto a conoscenza quando praticamente aveva appena creato il suo blog –, i primi siti che creavo in html senza neanche css) e dai 18 ho iniziato a creare business (ho fondato Milanoize, un sito con consigli e guide sul vivere Milano in modo alternativo e più underground che ha visto crescere un team di 20 persone e collaborazioni internazionali). Ora ho un’azienda che si occupa di growth hacking e aiuto business che hanno ricevuto finanziamenti a crescere nei primi 3-6 mesi dall’inizio delle operazioni di marketing.

Le prime operazioni di growth hacking sono partite quando lavoravo in una startup italiana di digitalizzazione del mondo degli affitti. Non sapevo neanche si chiamasse growth hacking, ho solo iniziato a ragionare “out of the box” e collegare diversi strumenti andando ad automatizzare il lavoro il più possibile, ovviamente in modo ragionato. Ho iniziato così ad esempio a postare in automatico su decine di gruppi Facebook (creati dalla nostra azienda) partendo dall’inseriemnto di un item in un feed rss e utilizzando degli utenti fake per distribuire i post sui diversi gruppi e con tempistiche differenti per evitare ban.

Ogni post era correlato con una foto diversa e un messaggio che cambiava ogni volta usando dei sinonimi (in gergo si chiama “spinned text”) sempre per evitare ripetizioni e ban di facebook (che cerca pattern per bloccare lo spam). Solo questa operazione ci ha portato migliaia e migliaia di utenti che hanno fatto abbassare drasticamente il customer acquisition cost. Questo è stato il primo esperimento, poi da lì ho iniziato a unire fra di loro automatismi + SEO + UX + social media etc.

Se dovessi spiegare chi è il Growth Hacker come lo definiresti?

Alessandro BogliariIl growth hacking per me è la combinazione di tante tecniche e strategie che vengono da diversi mondi ed esperienze. Per me ad esempio è un mix di user experience (colori, bottoni, layout etc) che mi porto dietro con la mia laurea triennale in graphic design & art direction, di A/B testing e user acquisition che ho imparato per i fatti miei grazie al javascript e allo scraping, aggiungo inoltre analisi del prodotto e approccio del marketing che ho perfezionato alla biennale a Copenhagen (ho una laurea MSc in digital innovation & management).

Ma non finisce qui. Si uniscono poi tanti altri aspetti, ma la cosa importante da chiedersi quando sei un growth hacker è: ho un obiettivo, ho alcuni strumenti, ho un budget (solitamente minore rispetto ai media tradizionali) e ora come faccio a portare dei risultati? Allora inizio a ragionare fuori dagli schemi, faccio molti esperimenti, porto gli strumenti al limite delle loro potenzialità e mi spingo oltre. Per questo dico sempre che il growth hacking è e deve essere borderline, bisogna forzare il sistema. Airbnb, dropbox, Uber e tanti altri hanno iniziato le loro attività col growth hacking e la maggior parte di queste tattiche non erano propriamente “pulite”. Ma è ciò che ha permesso a queste startup di diventare dei colossi.

Potresti farsi alcuni esempi di cosa significa per te forzare il sistema?

Forzare il sistema significa portare al limite le cose con cui lavoriamo. Può essere bypassare le API di instagram oppure creare un bot che fa lo scraping di alcune informazioni che noi poi possiamo usare per creare custom audience e inviare ail targettizzate. L’importante è non avere paura di provare.

Se dovessi incontrare una persona interessata ad entrare in questo mondo che consigli ti sentiresti di dargli?

Leggere, informarsi, mai poi FARE. Il growth hacking è FARE, non parlare. È sperimentare, ottimizzare, provare e riprovare. È leggere i dati, analizzarli e prendere decisioni in base ad essi. Il growth hacking non ha spazio per le vanity metrics ma guarda alle KPIs importanti per l’azienda. Sento molti che si definiscono growth hacker perché leggono case studi altrui ma non hanno mai fatto crescere un’azienda.

Leggere, informarsi, mai poi FARE. Il growth hacking è FARE, non parlare - Alessandro Bogliari Condividi il Tweet

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?

Al momento sono l’head of digital marketing di Americanoize, un’azienda di esperti di influencer marketing basata qui a Miami che lavora con grandi brand curando le loro campagne di influencer marketing dalla A alla Z, seguo sia il progetto Americanoize sia i progetti interni all’azienda per i vari brand. Continuo poi le mie attività con la mia agenzia di growth hacking Alexeidos (alexeidos.net) e tengo le dita incrociate per una nuova SaaS in cui potrei entrare con una quota 🙂

Ultimamente si sente parlare sempre di più di Growth Hacking in Italia, tuttavia restiamo ancora indietro rispetto ad altri paesi. A tuo parere qual è il motivo?

Ti scrivo dalla Florida e anche qui il growth hacking non esiste 🙂 questo per dire che ogni paese ha le sue caratteristiche. La florida infatti non è la California e i tipi di business che ci sono qui sono “old school” e le modalità di fare business sono poco digital e molto ancora business card e telefono. In Danimarca invece ad esempio dove lavoravo prima il growth hacking da un lato funziona perché è una società di early birds molto aperta alle tecnologie, dall’altro lato hanno paura a fare alcune azioni di growth hacking in quanto sono molto ligi alle regole e non vogliono fare attività illegali o borderline.

In italia tutto arriva dopo, ma come succede in Sudamerica o nell’est europa. È un discorso antropologico e di come la tecnologia è vista in Italia, basti pensare ai pagamenti digitali, ai pos e all’uso quasi univoco di contante nel 2018. il growth hacking non è facile da capire e l’Italia è un paese gestito da anziani, basti guardare gli amministratori delegati della maggior parte delle aziende grosse che sono più sui 70 che sui 30. poi beh, molti in Italia usano la parola “growth hacking” anche per banalità solo perché è un “hot term”. Però una cosa noi italiani ce l’abbiamo buona: il problem solving. Più abito all’estero, più ritengo sia vero. E cos’è il growth hacking se non problem solving con budget limitati?

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